Saturday, June 03, 2006
Due parole a mo' d'introduzione
Bologna, 25 agosto 2004
Biglietti di viaggio nasce da appunti scarabocchiati in fretta su pezzetti di carta durante un soggiorno di tre settimane in Palestina, nell’agosto del 2004. Raccontano di un campo internazionale di studenti all’Università di Birzeit e delle forme che via via hanno assunto gli incontri con la gente di questa terra e con i loro vissuti. Sono solo brevi racconti di ricordi e emozioni appesi a un filo segreto che lega tra loro le pagine. Ho cercato di nascondermi tra le righe il più possibile e di non essere eccessivamente di parte. Non ci sono riuscito. Ogni singola parola infatti è la fotografia di un pezzetto della mia avventura, e questo il mio album. Inoltre non sono affatto rimasto imparziale, ho palesemente preso la parte di una terra la cui carne è lacerata da un aratro straniero.
P.S. Il titolo non è molto originale e non posso nasconderlo. Si tratta del calco del titolo di una poesia (riportata in ultima pagina) del poeta palestinese Samīh al Qāsim, i cui testi arricchiscono qua e là gli inchiostri di queste pagine.
Gabriele
Biglietti di viaggio nasce da appunti scarabocchiati in fretta su pezzetti di carta durante un soggiorno di tre settimane in Palestina, nell’agosto del 2004. Raccontano di un campo internazionale di studenti all’Università di Birzeit e delle forme che via via hanno assunto gli incontri con la gente di questa terra e con i loro vissuti. Sono solo brevi racconti di ricordi e emozioni appesi a un filo segreto che lega tra loro le pagine. Ho cercato di nascondermi tra le righe il più possibile e di non essere eccessivamente di parte. Non ci sono riuscito. Ogni singola parola infatti è la fotografia di un pezzetto della mia avventura, e questo il mio album. Inoltre non sono affatto rimasto imparziale, ho palesemente preso la parte di una terra la cui carne è lacerata da un aratro straniero.
P.S. Il titolo non è molto originale e non posso nasconderlo. Si tratta del calco del titolo di una poesia (riportata in ultima pagina) del poeta palestinese Samīh al Qāsim, i cui testi arricchiscono qua e là gli inchiostri di queste pagine.
Gabriele
Salmi e aerei
Volo nei cieli di Bologna. Affacciato al finestrino vedo la città confondersi nella lontananza, i suoi colori farsi nebbia e perdere dettagli e insieme importanza. Poca cosa è l’uomo e lo si capisce bene da sopra una nuvola. Da quassù si vede quasi bene come con il cuore, si ha quell’impressione che fece scrivere al salmista (fra l’altro senza che prendesse l’aereo) quella domanda disperata ed avida agli dei: che cos’è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi?
Fiumicino
Aspetto il volo per Tel Aviv. L’altoparlante ricorda ad assonnati viaggiatori di non lasciare incustoditi i bagagli per motivi di sicurezza. La voce ripete il messaggio con fredda insistenza e dall’accento si capisce che nessuno si sta preoccupando di mettere in guardia il distratto viaggiatore dai possibili furti che potrebbe subire. Piuttosto il riferimento è al cosiddetto rischio attentato di massa: anche la più piccola delle borsette potrebbe contenere armi letali, collaboriamo a non destare falsi allarmi. Un nemico minaccioso, subdolo e invisibile ci pedina, ci perseguita, ci aspetta dietro ogni angolo: al-Qaeda! Prendo un caffè.
Qualcuno inavvertitamente ha dimenticato la valigetta sulla poltroncina all’uscita d’imbarco, magari sta facendo colazione, magari è corso al bagno per cause maggiori. Tre agenti in divisa tremano di fronte al corpo del sospetto reato, finalmente il quarto uomo interviene ed apre l’ordigno, gli altri si coprono il viso, alcuni passanti si tappano le orecchie, ma il botto tarda ad arrivare… forse è una miccia ritardata, o forse i ritardati siamo noi.
Qualcuno inavvertitamente ha dimenticato la valigetta sulla poltroncina all’uscita d’imbarco, magari sta facendo colazione, magari è corso al bagno per cause maggiori. Tre agenti in divisa tremano di fronte al corpo del sospetto reato, finalmente il quarto uomo interviene ed apre l’ordigno, gli altri si coprono il viso, alcuni passanti si tappano le orecchie, ma il botto tarda ad arrivare… forse è una miccia ritardata, o forse i ritardati siamo noi.
Birzeit international students camp
Il gruppo del campo è composto da studenti dell’Università di Birzeit e da giovani provenienti un po’ da tutto il mondo, curiosi di visitare la Palestina, conoscere la sua terra, incontrare la sua gente e vedere se davvero è così facile morire. L’atmosfera è ricca e condita come una delle migliori insalate miste. Sapori di genti e di altrove qua si accostano e si amalgamano in un esperimento di cucina.
Sul versante buio di un monte brullo si tiene un laboratorio di scambio, rispetto e amicizia… ai piedi dello stesso monte, non lontano da qui, militari corazzati e le loro mimetiche rendere impossibile la vita ad un popolo.
Sul versante buio di un monte brullo si tiene un laboratorio di scambio, rispetto e amicizia… ai piedi dello stesso monte, non lontano da qui, militari corazzati e le loro mimetiche rendere impossibile la vita ad un popolo.
Birzeit university
La professoressa Barghouti racconta il sogno di un’università che non sia una scuola per apprendisti stregoni, bensì un luogo di formazione umana per i suoi giovani, uno spazio per fornire loro la possibilità di esperienze uniche e di incontri importanti che, abbinati allo studio, diano ad ognuno strumenti per crescere, riflettere e acquisire maggiore consapevolezza della realtà e del proprio posto nella società. Sogna cittadini/e migliori, e ricorda come il lavoro volontario qui al campo sia fondamentale nell’elaborazione del concetto di servizio e di condivisione. Chi studia non è un privilegiato rampollo né un avventuriero sulla scala sociale. E’ piuttosto una persona pronta a lavorare per la società in cui vivrà con quella maggior responsabilità che gli viene dal suo sapere e saper fare.
Due jeep
Al campo. Intorno al tepore di un falò ci siamo riuniti per riposare un po’, per parlare, suonare i tamburi e scaricarci ballando fino a notte fonda. Basta un attimo e tutti, nello stesso momento, ci giriamo allarmati verso la strada che passa sotto il campo e conduce all’ingresso dell’università: due jeep dell’esercito israeliano procedono a passo d’uomo. Paura. In tutta fretta spegniamo il fuoco e in un cupo silenzio aspettiamo di sapere se i militari intendano fare irruzione al campo o se trattasi solo di ordinario pattugliamento della zona. I militari non verranno, e il tempo riprenderà a scorrere, sebbene un po’ apprensivo.
Si fa sul serio.
Qui tutto è così. A due passi dalla spensieratezza della normalità è sempre in agguato la paura, l’umiliazione, la morte, la guerra. O forse è solo il contrario: tra le pieghe del lenzuolo strappato e intriso di sangue che è la guerra, la normalità cerca spazi per inserirsi, per sopravvivere, rimuovendo per un momento quella tensione esasperante che è la continua violazione della propria vita e della propria terra.
Si fa sul serio.
Qui tutto è così. A due passi dalla spensieratezza della normalità è sempre in agguato la paura, l’umiliazione, la morte, la guerra. O forse è solo il contrario: tra le pieghe del lenzuolo strappato e intriso di sangue che è la guerra, la normalità cerca spazi per inserirsi, per sopravvivere, rimuovendo per un momento quella tensione esasperante che è la continua violazione della propria vita e della propria terra.
Sionismo
Movimento culturale, sociale e politico moderno che ha lo scopo di preservare, incrementare e diffondere la coscienza ebraica negli ebrei di tutto il mondo, in particolare promuovendo ogni azione atta alla riunione di tutti gli ebrei sparsi nella diaspora nella sede nazionale unica di Israele.
Theodor Herzl
Theodor Herzl (1860-1904), giornalista, è considerato il fondatore del sionismo politico moderno. Nel suo saggio Lo stato ebraico (Der Judenstaat, 1896) sostenne l’universalità del problema ebraico, proponendo la ricostruzione di uno stato di Ebrei, basato non tanto su motivi di carattere religioso quanto su fondamenti etnici e razziali, da insediare in Palestina o in Argentina. A questo scopo prospettava la possibilità di fondare una grande società per azioni ebraica che, sotto l’egida inglese, si occupasse di promuovere concretamente tale programma.
Gente che va gente che viene
L’indipendenza di Israele (1948) ha le sue radici negli sforzi dei sionisti di ricreare un focolare nazionale per gli Ebrei della diaspora minacciati dalla recrudescenza dell’antisemitismo ( fin dal 1880) in Europa. La Palestina, in cui si erano ristabilite dopo la dispersione del 132-135 d.C. alcune comunità giudaiche, sembrava essere il luogo naturale per tale focolare. L’Alleanza Israelitica e gli Amanti di Sion vi fondarono colonie agricole dal 1870 al 1896 con l’aiuto economico del barone de Rothschild.
Al primo Congresso Sionistico Mondiale di Basilea nel 1897 il fondatore del Movimento Sionista Theodor Herzl tracciava le finalità, le strutture e i mezzi di attuazione di quello Stato ebraico che, diceva, si sarebbe costituito entro cinquant’anni.
Organismi indispensabili venivano creati a Londra: la Banca Nazionale Ebraica per raccogliere ed amministrare i capitali necessari all’acquisto dei territori, e il fondo nazionale ebraico per l’acquisto e la messa in valore dei terreni stessi. Si incrementò quindi l’immigrazione, che in breve divenne imponente (1908, fondazione di Tel Aviv). Durante la prima guerra mondiale il Sionismo, per la collaborazione militare a fianco della Gran Bretagna e per le benemerenze scientifiche, ottenne il riconoscimento di una sede stabile ebraica in Palestina (Dichiarazione di Balfour, 1917) da parte dell’Inghilterra, potenza mandataria in Palestina dopo la sconfitta dell’Impero Ottomano nella prima guerra mondiale.
L’avvento al potere del nazismo in Germania nel 1933 provocò un forte afflusso in Palestina di ebrei provenienti dalla Germania e da altri paesi europei; ciò diede luogo a violente reazioni da parte degli arabi, per cui la Gran Bretagna bloccò quasi completamente l'immigrazione ebraica (1940), anche per gli impegni che Londra aveva contratto con gli arabi nella seconda guerra mondiale. Ma l’imperversare delle persecuzioni naziste spinse gli ebrei a reclamare vivamente il diritto ad un’immigrazione illimitata in Palestina. Si organizzò quindi l’immigrazione clandestina appoggiata da una vasta rete protettiva e dall’organizzazione paramilitare ebraica Hagana. Venne così condotta una dura e lunga guerriglia prevalentemente con atti terroristici contro gli arabi che rese inevitabile una soluzione politica della situazione.
Le Nazioni Unite nel novembre 1947 si pronunciarono a favore della spartizione della Palestina in due stati indipendenti, uno arabo e l’altro ebraico. Il 14 Maggio 1948 Ben Gurion proclamò l’indipendenza dello Stato d’Israele, poche ore prima della scadenza del mandato britannico sulla regione. Esplose allora la prima guerra israeliano-araba che terminò solo con l’armistizio del giugno 1949.
Al primo Congresso Sionistico Mondiale di Basilea nel 1897 il fondatore del Movimento Sionista Theodor Herzl tracciava le finalità, le strutture e i mezzi di attuazione di quello Stato ebraico che, diceva, si sarebbe costituito entro cinquant’anni.
Organismi indispensabili venivano creati a Londra: la Banca Nazionale Ebraica per raccogliere ed amministrare i capitali necessari all’acquisto dei territori, e il fondo nazionale ebraico per l’acquisto e la messa in valore dei terreni stessi. Si incrementò quindi l’immigrazione, che in breve divenne imponente (1908, fondazione di Tel Aviv). Durante la prima guerra mondiale il Sionismo, per la collaborazione militare a fianco della Gran Bretagna e per le benemerenze scientifiche, ottenne il riconoscimento di una sede stabile ebraica in Palestina (Dichiarazione di Balfour, 1917) da parte dell’Inghilterra, potenza mandataria in Palestina dopo la sconfitta dell’Impero Ottomano nella prima guerra mondiale.
L’avvento al potere del nazismo in Germania nel 1933 provocò un forte afflusso in Palestina di ebrei provenienti dalla Germania e da altri paesi europei; ciò diede luogo a violente reazioni da parte degli arabi, per cui la Gran Bretagna bloccò quasi completamente l'immigrazione ebraica (1940), anche per gli impegni che Londra aveva contratto con gli arabi nella seconda guerra mondiale. Ma l’imperversare delle persecuzioni naziste spinse gli ebrei a reclamare vivamente il diritto ad un’immigrazione illimitata in Palestina. Si organizzò quindi l’immigrazione clandestina appoggiata da una vasta rete protettiva e dall’organizzazione paramilitare ebraica Hagana. Venne così condotta una dura e lunga guerriglia prevalentemente con atti terroristici contro gli arabi che rese inevitabile una soluzione politica della situazione.
Le Nazioni Unite nel novembre 1947 si pronunciarono a favore della spartizione della Palestina in due stati indipendenti, uno arabo e l’altro ebraico. Il 14 Maggio 1948 Ben Gurion proclamò l’indipendenza dello Stato d’Israele, poche ore prima della scadenza del mandato britannico sulla regione. Esplose allora la prima guerra israeliano-araba che terminò solo con l’armistizio del giugno 1949.
Le voci del Muro
Come a cosa serve? Il muro serve a proteggerci dai terroristi.
Non so a cosa serva il muro, so che la mia casa è stata demolita da un bulldozzer perché qualcuno aveva deciso che il muro doveva passare di lì, andatelo a spiegare ai miei figli!
La mia ragazza è morta in un attentato! Quel dannato si è fatto saltare in aria su un bus! La mia ragazza stava tornando dal lavoro. La mia ragazza era molto bella, sai... Dì un po’, chi mi ridarà la mia donna?! Eh? Io dico che è giusto costruire il muro! Non auguro a nessuno quello che ho passato. Ma quali diritti violati? Un nemico è un nemico! Se qualcuno viene a casa mia per uccidermi è mio diritto fermarlo, è la mia vita!
Sono un contadino, ho sempre lavorato la terra. Mio padre lavorava la terra e mio nonno prima di lui. Le mie mani sono indurite dal lavoro, il mio cuore ringrazia Dio ad ogni raccolto che la terra mi concede dopo tante fatiche. Oggi sono imbruttito, non sono più lo stesso. I miei campi, i miei olivi, i miei vigneti, tutta la mia terra è rimasta di là dal muro, è a centro metri da qua, ma non ho il permesso per andare a coltivarla… sono un uomo forte, so lavorare, ho dei terreni, ma devo passare le giornate con le mani in mano, siamo confinati nelle nostre case…sono tempi duri, se solo avessi un parente in un altro villaggio me ne sarei già andato, ma questa casa e questa terra sono tutto ciò che ho, che avevo anzi.
Io non parlo di politica, chi siete voi? Posso vedere i vostri documenti? Comunque il problema sono gli arabi. Gli arabi sono violenti, ci odiano, vogliono cancellare Israele, ma questa terra ci spetta, è la nostra terra da oltre quattromila anni. Anche la loro religione, l’Islam, predica l’odio contro gli ebrei.
Il tempo fatica a scorrere, ogni secondo si fa notare, e non si decide a passare finché non me ne sono accorto… La droga mi aiuta a dimenticare, a rimandare una sconfitta scritta nei miei giorni. Quei maledetti mi hanno murato in casa. Vedi là? Il muro mi separa dalla Palestina. Dall’altra parte un’altra barriera: il confine con Israele che non sono autorizzato ad oltrepassare. Nel mezzo le loro colonie, siamo circondati. La mia vita è stretta in una morsa di ferro, in una striscia di terra di nessuno da cui non posso uscire, non ho prospettive, non ho un futuro da costruire, solo un passato da dimenticare e un presente che si ostina a ricordarmelo.
Non so a cosa serva il muro, so che la mia casa è stata demolita da un bulldozzer perché qualcuno aveva deciso che il muro doveva passare di lì, andatelo a spiegare ai miei figli!
La mia ragazza è morta in un attentato! Quel dannato si è fatto saltare in aria su un bus! La mia ragazza stava tornando dal lavoro. La mia ragazza era molto bella, sai... Dì un po’, chi mi ridarà la mia donna?! Eh? Io dico che è giusto costruire il muro! Non auguro a nessuno quello che ho passato. Ma quali diritti violati? Un nemico è un nemico! Se qualcuno viene a casa mia per uccidermi è mio diritto fermarlo, è la mia vita!
Sono un contadino, ho sempre lavorato la terra. Mio padre lavorava la terra e mio nonno prima di lui. Le mie mani sono indurite dal lavoro, il mio cuore ringrazia Dio ad ogni raccolto che la terra mi concede dopo tante fatiche. Oggi sono imbruttito, non sono più lo stesso. I miei campi, i miei olivi, i miei vigneti, tutta la mia terra è rimasta di là dal muro, è a centro metri da qua, ma non ho il permesso per andare a coltivarla… sono un uomo forte, so lavorare, ho dei terreni, ma devo passare le giornate con le mani in mano, siamo confinati nelle nostre case…sono tempi duri, se solo avessi un parente in un altro villaggio me ne sarei già andato, ma questa casa e questa terra sono tutto ciò che ho, che avevo anzi.
Io non parlo di politica, chi siete voi? Posso vedere i vostri documenti? Comunque il problema sono gli arabi. Gli arabi sono violenti, ci odiano, vogliono cancellare Israele, ma questa terra ci spetta, è la nostra terra da oltre quattromila anni. Anche la loro religione, l’Islam, predica l’odio contro gli ebrei.
Il tempo fatica a scorrere, ogni secondo si fa notare, e non si decide a passare finché non me ne sono accorto… La droga mi aiuta a dimenticare, a rimandare una sconfitta scritta nei miei giorni. Quei maledetti mi hanno murato in casa. Vedi là? Il muro mi separa dalla Palestina. Dall’altra parte un’altra barriera: il confine con Israele che non sono autorizzato ad oltrepassare. Nel mezzo le loro colonie, siamo circondati. La mia vita è stretta in una morsa di ferro, in una striscia di terra di nessuno da cui non posso uscire, non ho prospettive, non ho un futuro da costruire, solo un passato da dimenticare e un presente che si ostina a ricordarmelo.
Stop the wall
Il muro voluto dal governo Israeliano come barriera difensiva per il proprio territorio, sarà costruito (in parte lo è già) all’interno dei territori palestinesi della West Bank, al di là dei confini decisi dall’ONU nel 1947. Si tratta di un muro alto dai tre ai nove metri che coprirà, una volta completo, una distanza di 670 km.
Molte famiglie palestinesi hanno perso la casa, abbattuta durante le operazioni di costruzione del muro. Per molti agricoltori sarà impossibile coltivare la terra, rimasta dall’altro lato del muro rispetto alle loro abitazioni. Alcuni villaggi sono stati divisi in due dal muro, altri ne sono pressoché circondati (Qalqilya ad esempio). Queste condizioni rendono molto difficile la vita di migliaia di persone, private delle loro case, delle loro terre, della possibilità di muoversi liberamente e quindi della possibilità di studiare e di lavorare. L’economia risentirà negativamente di questa situazione. Molti stanno già abbandonando le proprie abitazioni per trasferirsi altrove al di qua del muro. Che sarà dei villaggi abbandonati? Saranno distrutti? Saranno occupati?
L’obiettivo del muro appare chiaro ad un’attenta analisi del suo tracciato così com’è stato approvato. Le autorità israeliane intendono circoscrivere la presenza palestinese nella West Bank in aree chiuse, più o meno grandi, recintate su ogni lato dal muro, veri e propri ghetti. Queste aree saranno separate delle terre più fertili e delle principali riserve d’acqua. Nell’area restante, compresa tra i ghetti e il confine, le colonie israeliane continueranno ad espandersi e ne nasceranno di nuove. Queste aree saranno completamente controllate da Israele, che sta investendo molto in nuovi insediamenti e infrastrutture che li colleghino.
Il muro da una parte taglia centinaia di strade palestinesi, dall’altra canalizza e fiancheggia le strade israeliane che collegano le colonie.
Il definitivo controllo delle terre occupate, la creazione di ghetti circondati dal muro, l’azzeramento della potenziale crescita urbana e rurale palestinese rendono palese il disegno del governo israeliano nella West Bank.
La fine dell’Occupazione nelle terre occupate nel 1967 appare infinitamente lontana, le autorità israeliane marciano piuttosto nella direzione opposta, ovvero programmando il rafforzamento dell’occupazione per renderla definitiva e poter quindi annettere i territori a Israele. A lavori ultimati, il territorio sotto l’autorità palestinese non supererà il 25% della superficie pattuita dall’ONU nel 1947, circa il 50% della attuale superficie della West Bank.
Il sito ufficiale della campagna Stop the Wall contro il muro e contro l’apartheid in Palestina è ricco di documenti, analisi e aggiornamenti sulla costruzione del muro e su come ciò vada incidendo sulle condizioni di vita della società palestinese.
Molte famiglie palestinesi hanno perso la casa, abbattuta durante le operazioni di costruzione del muro. Per molti agricoltori sarà impossibile coltivare la terra, rimasta dall’altro lato del muro rispetto alle loro abitazioni. Alcuni villaggi sono stati divisi in due dal muro, altri ne sono pressoché circondati (Qalqilya ad esempio). Queste condizioni rendono molto difficile la vita di migliaia di persone, private delle loro case, delle loro terre, della possibilità di muoversi liberamente e quindi della possibilità di studiare e di lavorare. L’economia risentirà negativamente di questa situazione. Molti stanno già abbandonando le proprie abitazioni per trasferirsi altrove al di qua del muro. Che sarà dei villaggi abbandonati? Saranno distrutti? Saranno occupati?
L’obiettivo del muro appare chiaro ad un’attenta analisi del suo tracciato così com’è stato approvato. Le autorità israeliane intendono circoscrivere la presenza palestinese nella West Bank in aree chiuse, più o meno grandi, recintate su ogni lato dal muro, veri e propri ghetti. Queste aree saranno separate delle terre più fertili e delle principali riserve d’acqua. Nell’area restante, compresa tra i ghetti e il confine, le colonie israeliane continueranno ad espandersi e ne nasceranno di nuove. Queste aree saranno completamente controllate da Israele, che sta investendo molto in nuovi insediamenti e infrastrutture che li colleghino.
Il muro da una parte taglia centinaia di strade palestinesi, dall’altra canalizza e fiancheggia le strade israeliane che collegano le colonie.
Il definitivo controllo delle terre occupate, la creazione di ghetti circondati dal muro, l’azzeramento della potenziale crescita urbana e rurale palestinese rendono palese il disegno del governo israeliano nella West Bank.
La fine dell’Occupazione nelle terre occupate nel 1967 appare infinitamente lontana, le autorità israeliane marciano piuttosto nella direzione opposta, ovvero programmando il rafforzamento dell’occupazione per renderla definitiva e poter quindi annettere i territori a Israele. A lavori ultimati, il territorio sotto l’autorità palestinese non supererà il 25% della superficie pattuita dall’ONU nel 1947, circa il 50% della attuale superficie della West Bank.
Il sito ufficiale della campagna Stop the Wall contro il muro e contro l’apartheid in Palestina è ricco di documenti, analisi e aggiornamenti sulla costruzione del muro e su come ciò vada incidendo sulle condizioni di vita della società palestinese.
Una vecchia canzone
"Fra i mughetti del campo
uno scialle per il mio amato scelgo,
ma il campo è arato a mine nuove.
Tra le canne delle valli,
per il mio amato un flauto,
ma nelle valli i soldati
fanno esercizi nuovi.
Scelgo dal nostro vigneto
il grappolo più bello
per offrirlo al mio amato,
ma il campo, occhi miei, recintato
hanno con fili spinati nuovi.
Amato mio, spegni la lanterna.
la morte m’hanno prorogato
a una nuova scadenza"
(Samih al-Qasim)
uno scialle per il mio amato scelgo,
ma il campo è arato a mine nuove.
Tra le canne delle valli,
per il mio amato un flauto,
ma nelle valli i soldati
fanno esercizi nuovi.
Scelgo dal nostro vigneto
il grappolo più bello
per offrirlo al mio amato,
ma il campo, occhi miei, recintato
hanno con fili spinati nuovi.
Amato mio, spegni la lanterna.
la morte m’hanno prorogato
a una nuova scadenza"
(Samih al-Qasim)
Check-point
Uomini, numeri, rigidi cartoncini plastificati…
Un tempo si credeva che la scelta del nome del nascituro ne avrebbe dettato la personalità e il carattere, un po’ come la prima pietra delle fondamenta della sua persona, il buon auspicio per la riuscita della costruzione e il ricordo indelebile del suo primo giorno alla luce del mondo.
Uomini, numeri, rigidi cartoncini plastificati…
Due amici si chiamano per nome e per nome si conoscono, e il nome è qualcosa di più della sua pronuncia, è il simbolo del mistero della persona che lo porta e della sua unicità.
Uomini, numeri, rigidi cartoncini plastificati…
‘Abid studia a Birzeit, nella West Bank, viene da Gaza.
Da cinque anni non torna a casa. Ci tornerà solo quando sarà laureato. Tornare prima gli precluderebbe ogni possibilità di poter rientrare a Birzeit per proseguire gli studi. Alla sua festa di laurea sarà solo. E’ certo che il governo israeliano non concederà ai suoi parenti il permesso di lasciare Gaza, motivi di sicurezza, la sicurezza dei conquistatori. ‘Abid vive a Ramallah, a due passi da Birzeit, oltre a non poter tornare a casa non può nemmeno lasciare Ramallah, non è autorizzato. ‘Abid trema ogni volta che incontra un check-point e si accende agitato una sigaretta dopo l’altra. Sul suo documento c’è scritto che viene da Gaza, il che equivale ad un precedente penale, non puoi mai sapere quale reazione avranno i soldati israeliani di fronte a uno di Gaza fuori dalla striscia.
Uomini, numeri, rigidi cartoncini plastificati…
Mohammad non ci aveva detto niente. Dovevamo andare a Gerusalemme, a vedere la città vecchia. Erano cinque anni che non andava in visita alla spianata delle moschee. Non ci aveva detto niente. D’altronde stavamo passando dei giorni così belli insieme, che forse per un attimo aveva pensato di aver trovato lo spazio per un po’ di normalità e spensieratezza, per un po’ di tenerezza e di stupidità. Ma il soldato del check-point l’ha subito tirato per i capelli alla cruda realtà. Chi si pensa di prendere in giro lui? Guarda ragazzo che con l’esercito non si scherza! Cosa ci fai qui? Come, non lo sapevi? Ehi! Non lo sapeva! A terra! Ho detto a terra! Avanti! Perquisitelo! Fermo o ti ammazzo! Fermo! Uhm! Hai capito lo stronzo! Viene da Jenin e pensa di fotterci e di poter entrare a Gerusalemme! Trovato niente? Ok, sparisci, torna da dove sei venuto e fallo in fretta! Avanti corri! Ho detto corri! Corri! Mohammad non ci aveva detto niente.
Uomini, numeri, stupidi cartoncini plastificati…
In Palestina non esiste libertà di movimento per i palestinesi. Tutto il territorio è cosparso dei check-point militari dell’esercito israeliano. Si può aspettare anche per ore il proprio turno. Controllano i documenti, perquisiscono borse ed auto. In particolare se sul proprio documento è indicata la residenza in una città considerata pericolosa per la sicurezza di Israele, è praticamente impossibile muoversi fuori dalle immediate vicinanze della stessa. Gli studenti universitari fuori sede hanno dei permessi speciali, ma non possono in ogni caso lasciare la città universitaria. L’accesso a Gerusalemme è vietato a tutti coloro che non siano residenti a Gerusalemme o che là non abbiano un impiego. Gerusalemme Est fa parte dei territori palestinesi. Gerusalemme è una città santa per l’Islam.
La Palestina è così. E’ fatta come di tanti ghetti, di tante isole, al di fuori delle quali nessuno è autorizzato a muoversi. Tutto intorno c’è un mare in continua espansione, fatto di vecchi e nuovi insediamenti israeliani, le cosiddette colonie nei territori palestinesi occupati, e delle infrastrutture che li collegano.
Un tempo si credeva che la scelta del nome del nascituro ne avrebbe dettato la personalità e il carattere, un po’ come la prima pietra delle fondamenta della sua persona, il buon auspicio per la riuscita della costruzione e il ricordo indelebile del suo primo giorno alla luce del mondo.
Uomini, numeri, rigidi cartoncini plastificati…
Due amici si chiamano per nome e per nome si conoscono, e il nome è qualcosa di più della sua pronuncia, è il simbolo del mistero della persona che lo porta e della sua unicità.
Uomini, numeri, rigidi cartoncini plastificati…
‘Abid studia a Birzeit, nella West Bank, viene da Gaza.
Da cinque anni non torna a casa. Ci tornerà solo quando sarà laureato. Tornare prima gli precluderebbe ogni possibilità di poter rientrare a Birzeit per proseguire gli studi. Alla sua festa di laurea sarà solo. E’ certo che il governo israeliano non concederà ai suoi parenti il permesso di lasciare Gaza, motivi di sicurezza, la sicurezza dei conquistatori. ‘Abid vive a Ramallah, a due passi da Birzeit, oltre a non poter tornare a casa non può nemmeno lasciare Ramallah, non è autorizzato. ‘Abid trema ogni volta che incontra un check-point e si accende agitato una sigaretta dopo l’altra. Sul suo documento c’è scritto che viene da Gaza, il che equivale ad un precedente penale, non puoi mai sapere quale reazione avranno i soldati israeliani di fronte a uno di Gaza fuori dalla striscia.
Uomini, numeri, rigidi cartoncini plastificati…
Mohammad non ci aveva detto niente. Dovevamo andare a Gerusalemme, a vedere la città vecchia. Erano cinque anni che non andava in visita alla spianata delle moschee. Non ci aveva detto niente. D’altronde stavamo passando dei giorni così belli insieme, che forse per un attimo aveva pensato di aver trovato lo spazio per un po’ di normalità e spensieratezza, per un po’ di tenerezza e di stupidità. Ma il soldato del check-point l’ha subito tirato per i capelli alla cruda realtà. Chi si pensa di prendere in giro lui? Guarda ragazzo che con l’esercito non si scherza! Cosa ci fai qui? Come, non lo sapevi? Ehi! Non lo sapeva! A terra! Ho detto a terra! Avanti! Perquisitelo! Fermo o ti ammazzo! Fermo! Uhm! Hai capito lo stronzo! Viene da Jenin e pensa di fotterci e di poter entrare a Gerusalemme! Trovato niente? Ok, sparisci, torna da dove sei venuto e fallo in fretta! Avanti corri! Ho detto corri! Corri! Mohammad non ci aveva detto niente.
Uomini, numeri, stupidi cartoncini plastificati…
In Palestina non esiste libertà di movimento per i palestinesi. Tutto il territorio è cosparso dei check-point militari dell’esercito israeliano. Si può aspettare anche per ore il proprio turno. Controllano i documenti, perquisiscono borse ed auto. In particolare se sul proprio documento è indicata la residenza in una città considerata pericolosa per la sicurezza di Israele, è praticamente impossibile muoversi fuori dalle immediate vicinanze della stessa. Gli studenti universitari fuori sede hanno dei permessi speciali, ma non possono in ogni caso lasciare la città universitaria. L’accesso a Gerusalemme è vietato a tutti coloro che non siano residenti a Gerusalemme o che là non abbiano un impiego. Gerusalemme Est fa parte dei territori palestinesi. Gerusalemme è una città santa per l’Islam.
La Palestina è così. E’ fatta come di tanti ghetti, di tante isole, al di fuori delle quali nessuno è autorizzato a muoversi. Tutto intorno c’è un mare in continua espansione, fatto di vecchi e nuovi insediamenti israeliani, le cosiddette colonie nei territori palestinesi occupati, e delle infrastrutture che li collegano.
Arna's children
Arna’s Children è il titolo di un film-documentario sulla vita al campo profughi di Jenin. Sullo schermo si schiudono le storie di un gruppo di bambini che fa teatro con una vecchia signora israeliana, Arna, e con suo figlio. Quegli stessi bambini, divenuti poco più che adolescenti, finiranno armati a combattere l’esercito israeliano durante le due settimane di assedio del campo nel 2002. Molti moriranno negli scontri, altri saranno condannati a sopravvivere. Yusuf in particolare diventerà un altro. Dal giorno in cui vedrà un militare israeliano sparare a una bambina nella scuola del campo. Quella bambina morirà tra le sue braccia e il fiato della sua corsa nel tentativo disperato di portarla da un medico. Chiuso in una crosta di silenzi, Yusuf di lì a poco perderà la vita in un attacco a civili israeliani nella città di Gerusalemme.
Inizia un viaggio nel viaggio. La pellicola è un ottimo mezzo di trasporto in questo nuovo tragitto attraverso le sofferenze e l’intimità di un popolo violentato. Il nastro scorre sulle mie lacrime come un carillon sulle note di una musica. Appena in sala torna la luce mi sento soffocare l’animo in una morsa marrone e subdola, esco, cerco aria, cerco sole, cerco la conferma del contrario di ciò che ho visto, cerco una realtà che mi consoli e mi tranquillizzi, non voglio parlare con nessuno, voglio solo dimenticare e rimuovere, perché non posso pensare che tutto questo sia vero, immedesimarsi fa dannatamente male.
Sul sito internet dedicato alla signora Arna e alle sue attività, si possono trovare informazioni sulla Palestina, racconti e fotografie. Inoltre è possibile ordinare il film, che non si trova in commercio.
Inizia un viaggio nel viaggio. La pellicola è un ottimo mezzo di trasporto in questo nuovo tragitto attraverso le sofferenze e l’intimità di un popolo violentato. Il nastro scorre sulle mie lacrime come un carillon sulle note di una musica. Appena in sala torna la luce mi sento soffocare l’animo in una morsa marrone e subdola, esco, cerco aria, cerco sole, cerco la conferma del contrario di ciò che ho visto, cerco una realtà che mi consoli e mi tranquillizzi, non voglio parlare con nessuno, voglio solo dimenticare e rimuovere, perché non posso pensare che tutto questo sia vero, immedesimarsi fa dannatamente male.
Sul sito internet dedicato alla signora Arna e alle sue attività, si possono trovare informazioni sulla Palestina, racconti e fotografie. Inoltre è possibile ordinare il film, che non si trova in commercio.
Jenin
Vicino la città di Jenin sorge l’omonimo campo profughi, divenuto famoso dopo gli scontri che lo videro resistere per quattordici giorni all’attacco dell’esercito israeliano nel 2002. Per chi ama i numeri 482 è quello delle case demolite dai bull-dozzer dopo l’ingresso nel campo delle forze israeliane. Oggi, a due anni di distanza, le ferite di allora non sono ancora guarite. Il campo è tutto un cantiere e si lavora alacremente alla ricostruzione di quanto fu distrutto, per cancellare agli sguardi il ricordo delle atrocità e fare spazio a un po’ di normalità.
Lungo le strade del campo non è difficile incontrare Zakariya, un uomo in jeans e maglietta, il volto bruciato dalla polvere da sparo e un mitra sempre al suo fianco. Nel volto scavato tristi occhi di vetro, graffiati di rosso dal sonno mancato.
Zakariya è il leader delle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa, un’ala armata di Al-Fatha. Quest’uomo, ventiseienne, ha perso tutta la famiglia e parte degli amici con cui è cresciuto, uccisi durante gli scontri e dopo l’invasione del campo da parte dell’esercito di Israele.
E’ un uomo morto da tempo. Un uomo che ha tanto amato la vita che la troppa sofferenza gli ha seccato le radici e ha fatto di lui un disincantato e freddo strumento per la battaglia del suo popolo. E’ un uomo pacato e di poche parole. Dice solo di non avere nulla contro gli Ebrei, e insieme di non accettare alcun compromesso sulla libertà del suo popolo. Smetterò di combattere, ci dice, solo se sarò ucciso o se Israele si ritirerà dalla nostra terra secondo le risoluzioni ONU che hanno definito i confini dei due stati nel 1947.
Di fronte al campo di Jenin e ai molti Zakariya che qui è facile incontrare si cammina a fatica nell’acqua alta della sofferenza. Tuttavia per me è un dolore lontano, è un dolore di altri, non mi appartiene. Avverto il disagio come di un essere profano a questi luoghi resi sacri dal sangue innocente che vi è stato versato a fiumi. Non riesco nemmeno ad immaginare il filo della lama che ha tagliato le carni a questa gente. Così di fronte a quanto incontro avverto solo il bisogno e il dovere di osservare un silenzio quasi religioso, di contemplare l’umanità delle vittime e dei carnefici, di portare rispetto, massimo, per chi qua ha perso una parte di sé per sempre. Un passerotto appollaiato su un filo della luce sopra il cimitero dei caduti di Jenin, annoiato e indifferente, cinguetta.
Lungo le strade del campo non è difficile incontrare Zakariya, un uomo in jeans e maglietta, il volto bruciato dalla polvere da sparo e un mitra sempre al suo fianco. Nel volto scavato tristi occhi di vetro, graffiati di rosso dal sonno mancato.
Zakariya è il leader delle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa, un’ala armata di Al-Fatha. Quest’uomo, ventiseienne, ha perso tutta la famiglia e parte degli amici con cui è cresciuto, uccisi durante gli scontri e dopo l’invasione del campo da parte dell’esercito di Israele.
E’ un uomo morto da tempo. Un uomo che ha tanto amato la vita che la troppa sofferenza gli ha seccato le radici e ha fatto di lui un disincantato e freddo strumento per la battaglia del suo popolo. E’ un uomo pacato e di poche parole. Dice solo di non avere nulla contro gli Ebrei, e insieme di non accettare alcun compromesso sulla libertà del suo popolo. Smetterò di combattere, ci dice, solo se sarò ucciso o se Israele si ritirerà dalla nostra terra secondo le risoluzioni ONU che hanno definito i confini dei due stati nel 1947.
Di fronte al campo di Jenin e ai molti Zakariya che qui è facile incontrare si cammina a fatica nell’acqua alta della sofferenza. Tuttavia per me è un dolore lontano, è un dolore di altri, non mi appartiene. Avverto il disagio come di un essere profano a questi luoghi resi sacri dal sangue innocente che vi è stato versato a fiumi. Non riesco nemmeno ad immaginare il filo della lama che ha tagliato le carni a questa gente. Così di fronte a quanto incontro avverto solo il bisogno e il dovere di osservare un silenzio quasi religioso, di contemplare l’umanità delle vittime e dei carnefici, di portare rispetto, massimo, per chi qua ha perso una parte di sé per sempre. Un passerotto appollaiato su un filo della luce sopra il cimitero dei caduti di Jenin, annoiato e indifferente, cinguetta.
Shahid
Shahid è una parola araba che deriva dalla radice shahada -che significa testimoniare, vedere di persona - e vuol dire martire, caduto, testimone di una causa. In Palestina molti ci tengono a chiamare le cose con il loro nome e rifiutano parole come kamikaze o terroristi suicidi.
Il loro non è un suicidio, non si tratta di persone amareggiate dalla vita che decidono di togliersi i giorni ma, al contrario, di persone che la vita l’hanno amata, l’hanno amata al punto da rinunciare alla propria andando incontro alla morte che è una morte in battaglia, è il disperato desiderio di contribuire alla lotta per la propria libertà, è l’unico modo per fare i conti con la dura condanna di essere dei sopravvissuti, magari gli unici sopravvissuti di un’intera famiglia o di un gruppo di amici, o magari sopravvissuti alla morte dell’amata/o. E’ il desiderio di vendicare le morti dei cari, è un tentativo di risposta alla domanda se è meglio morire in piedi o vivere una vita in ginocchio.
Si può discutere fino a domani se sia morale o meno uccidere dei civili, ci si può difendere dicendo che l’esercito israeliano fa molto peggio se si vanno a confrontare i numeri delle vittime, ci si può infine chiedere quale spazio rimanga per una discussione sulla morale nel mezzo di un conflitto, di una guerra, di una spirale di violenza di lunga data che non bussa alla porta prima di entrare né guarda in faccia nessuno.
Quello che è certo è che ogni shahid non è un fanatico religioso né un pazzo psicopatico, la sua è la più umana delle reazioni. Nella sua rabbia lo specchio della disperazione cui è costretta la società palestinese giorno per giorno da questa dura occupazione.
E quale pesante responsabilità pesa sulle teste dei nostri giornalisti! Quale colpa! Ma si rendono conto di quello che stanno producendo in Europa proponendo deformate versioni della realtà!? Nelle loro penne lo shahid diventa un integralista islamico, il suicidio sarebbe la retta via per il paradiso e la resistenza armata l’ultima versione della guerra di religione contro i crociati! E di pari passo in Europa, con orgoglio e ragione, i musulmani diventano trogloditi e gli arabi terroristi della peggiore specie!
Il loro non è un suicidio, non si tratta di persone amareggiate dalla vita che decidono di togliersi i giorni ma, al contrario, di persone che la vita l’hanno amata, l’hanno amata al punto da rinunciare alla propria andando incontro alla morte che è una morte in battaglia, è il disperato desiderio di contribuire alla lotta per la propria libertà, è l’unico modo per fare i conti con la dura condanna di essere dei sopravvissuti, magari gli unici sopravvissuti di un’intera famiglia o di un gruppo di amici, o magari sopravvissuti alla morte dell’amata/o. E’ il desiderio di vendicare le morti dei cari, è un tentativo di risposta alla domanda se è meglio morire in piedi o vivere una vita in ginocchio.
Si può discutere fino a domani se sia morale o meno uccidere dei civili, ci si può difendere dicendo che l’esercito israeliano fa molto peggio se si vanno a confrontare i numeri delle vittime, ci si può infine chiedere quale spazio rimanga per una discussione sulla morale nel mezzo di un conflitto, di una guerra, di una spirale di violenza di lunga data che non bussa alla porta prima di entrare né guarda in faccia nessuno.
Quello che è certo è che ogni shahid non è un fanatico religioso né un pazzo psicopatico, la sua è la più umana delle reazioni. Nella sua rabbia lo specchio della disperazione cui è costretta la società palestinese giorno per giorno da questa dura occupazione.
E quale pesante responsabilità pesa sulle teste dei nostri giornalisti! Quale colpa! Ma si rendono conto di quello che stanno producendo in Europa proponendo deformate versioni della realtà!? Nelle loro penne lo shahid diventa un integralista islamico, il suicidio sarebbe la retta via per il paradiso e la resistenza armata l’ultima versione della guerra di religione contro i crociati! E di pari passo in Europa, con orgoglio e ragione, i musulmani diventano trogloditi e gli arabi terroristi della peggiore specie!
Posters
Su ogni parete e all’angolo di ogni vicolo, nei villaggi e nelle città palestinesi lo sguardo cade su poster colorati di volti sempre diversi. Giovani e vecchi, donne e bambini, ritratti di visi sereni a guardare le strade. Sono i poster dei martiri, degli shahid. La foto della vittima, il suo nome e due righe sull’accaduto.
Shahid ha infatti un significato più vasto, per cui diventa shahid, ovvero martire, ogni palestinese caduto, ucciso dall’esercito israeliano. Qualcuno può pensare esagerato e di cattivo gusto commemorare i propri morti tappezzando i muri a destra e a manca delle loro facce. A me quello che pare esagerato non è tanto il numero dei poster quanto il numero dei morti.
Shahid ha infatti un significato più vasto, per cui diventa shahid, ovvero martire, ogni palestinese caduto, ucciso dall’esercito israeliano. Qualcuno può pensare esagerato e di cattivo gusto commemorare i propri morti tappezzando i muri a destra e a manca delle loro facce. A me quello che pare esagerato non è tanto il numero dei poster quanto il numero dei morti.
I bambini
Che sarà infine dei bambini?
Che sarà di bimbi cresciuti troppo in fretta tra le pieghe di una realtà amara, una realtà che spezza i sogni come tazzine di caffè e ruba gli anni della fanciullezza e dell’ingenuità? Che sarà del dolore che fa loro da balia sin dai primi giorni di vita e della loro rabbia inespressa verso un dio che non vede e non sente le loro ingenue preghiere? C’è di che preoccuparsi quando le radici della tenerezza seccano al sole e un’intera generazione è rapita alla propria infanzia.
“A colui che scava nella ferita di milioni di persone una via,
a colui, i cui carri armati schiacciano la rosa del giardino,
a colui che spezza nella notte le finestre delle case,
a colui che dà alle fiamme un giardino ed un museo
e canta all’incendio!
A colui, al cui passo si sciolgono i capelli delle madri
per i figli perduti e sono schiantate vigne,
a colui che è urtato nella piazza dal mio lieto girare
a colui, i cui aerei infrangono il sogno della fanciullezza,
a colui che spezza gli arcobaleni,
annunciano questa notte i fanciulli dalle radici impossibili,
annunciano questa notte i fanciulli di Rafah:
noi non tessemmo coperte da una treccia di capelli,
noi non sputammo sul viso di un’uccisa,
dopo averle estratto i denti d’oro…
Perché dunque prendi il nostro dolce e ci dai pallottole?
Perché rendi orfani i fanciulli degli arabi?
Mille grazie!
Il dolore ci ha fatto giungere all’età della virilità:
dobbiamo combattere!" (Samih al-Qasim, I ragazzi di Rafah)
Che sarà di bimbi cresciuti troppo in fretta tra le pieghe di una realtà amara, una realtà che spezza i sogni come tazzine di caffè e ruba gli anni della fanciullezza e dell’ingenuità? Che sarà del dolore che fa loro da balia sin dai primi giorni di vita e della loro rabbia inespressa verso un dio che non vede e non sente le loro ingenue preghiere? C’è di che preoccuparsi quando le radici della tenerezza seccano al sole e un’intera generazione è rapita alla propria infanzia.
“A colui che scava nella ferita di milioni di persone una via,
a colui, i cui carri armati schiacciano la rosa del giardino,
a colui che spezza nella notte le finestre delle case,
a colui che dà alle fiamme un giardino ed un museo
e canta all’incendio!
A colui, al cui passo si sciolgono i capelli delle madri
per i figli perduti e sono schiantate vigne,
a colui che è urtato nella piazza dal mio lieto girare
a colui, i cui aerei infrangono il sogno della fanciullezza,
a colui che spezza gli arcobaleni,
annunciano questa notte i fanciulli dalle radici impossibili,
annunciano questa notte i fanciulli di Rafah:
noi non tessemmo coperte da una treccia di capelli,
noi non sputammo sul viso di un’uccisa,
dopo averle estratto i denti d’oro…
Perché dunque prendi il nostro dolce e ci dai pallottole?
Perché rendi orfani i fanciulli degli arabi?
Mille grazie!
Il dolore ci ha fatto giungere all’età della virilità:
dobbiamo combattere!" (Samih al-Qasim, I ragazzi di Rafah)
Dell'antisemitismo
Genesi, 10, 22-31: “I figli di Sem: Elam, Assur, Arpacsad, Lud e Aram.
I figli di Aram: Uz, Cul, Gheter e Mas.
Arpacsad generò Selach e Selach generò Eber. A Eber nacquero due figli, uno si chiamò Peleg… e l’altro Joktan.
Joktan generò Almodad, Selef, Asarmavet, Ierach, Adòram, Uzal, Dikla, Obal, Abimaèl, Saba, Ofir, Avìla e Iobab. Tutti questi furono i figli di Joktan; la loro sede era sulle montagne dell’oriente, da Mesa in direzione di Sefar.
Questi furono i figli di Sem secondo le loro famiglie e le loro lingue, nei loro territori, secondo i loro popoli”
Secondo una classificazione che mescola antropologia e leggenda i semiti sarebbero i discendenti dei figli di Sem, figlio di Noè, che ripopolò la terra dopo il diluvio universale. Sono semiti i fenici, i babilonesi, gli ebrei, gli arabi…
Lubrano direbbe: a questo punto la domanda sorge spontanea… Che vuol dire che gli arabi sono antisemiti?
I figli di Aram: Uz, Cul, Gheter e Mas.
Arpacsad generò Selach e Selach generò Eber. A Eber nacquero due figli, uno si chiamò Peleg… e l’altro Joktan.
Joktan generò Almodad, Selef, Asarmavet, Ierach, Adòram, Uzal, Dikla, Obal, Abimaèl, Saba, Ofir, Avìla e Iobab. Tutti questi furono i figli di Joktan; la loro sede era sulle montagne dell’oriente, da Mesa in direzione di Sefar.
Questi furono i figli di Sem secondo le loro famiglie e le loro lingue, nei loro territori, secondo i loro popoli”
Secondo una classificazione che mescola antropologia e leggenda i semiti sarebbero i discendenti dei figli di Sem, figlio di Noè, che ripopolò la terra dopo il diluvio universale. Sono semiti i fenici, i babilonesi, gli ebrei, gli arabi…
Lubrano direbbe: a questo punto la domanda sorge spontanea… Che vuol dire che gli arabi sono antisemiti?
Dair Yasin
Nome di un villaggio vicino Gerusalemme la cui intera popolazione inerme fu massacrata il 9/4/48 dal gruppo terrorista israeliano Irgun, agli ordini di Menachem Begin. L’operazione era finalizzata a terrorizzare la popolazione araba che risiedeva allora in molti altri villaggi nel paese, provocandone la fuga e la dispersione e permettendo in tal modo la distruzione e/o l’occupazione degli stessi villaggi da parte di Israele.
Tra il 1948 e il 1949 vennero distrutti circa 420 villaggi palestinesi nel territorio del neonato stato israeliano. Una lista completa è consultabile sul sito www.alnakba.org.
Tra il 1948 e il 1949 vennero distrutti circa 420 villaggi palestinesi nel territorio del neonato stato israeliano. Una lista completa è consultabile sul sito www.alnakba.org.
Una chiave appesa al muro
In casa del signor Nadim è appesa al muro, sopra l’architrave dell’ingresso che dà sul salone, una cornice di legno decorata a mano. Raccoglie una grossa chiave di ferro, ossidata dal tempo. Nadim getta un occhio su quella chiave ogni tanto e con essa si riapre la porta di un male mai chiuso e mai dimenticato. Nadim fu tra i primi ad arrivare al campo profughi di Jalason nel 1948.
Abitava in un villaggio vicino Haifa allora, aveva solo 8 anni ma le immagini dei suoi ricordi sono ancora nitide come se tutto fosse accaduto ieri. I militari, l’ultimatum, sua madre in lacrime, suo padre che per consolarlo lo prendeva in giro per i suoi pianti e gli ripeteva che lo credeva più coraggioso, tanto frignare solo per una passeggiata a piedi un po’ più lunga del solito! Chiuse a chiave la casa suo padre prima di partire. Era preoccupato, temeva che i soldati facessero razzia di quanto non potevano mettere nelle poche valigie, per non parlare dei mobili e tutto il resto. Ben presto capirono che non avrebbero più fatto ritorno alla vecchia casa, di cui alla firma dell’armistizio non rimanevano che ammucchiate e sconfitte macerie. I primi tempi al campo si dormiva sotto gli alberi accanto a un falò. Poi arrivarono le tende e le Nazioni Unite.
Oggi Jalason, cinquantasei anni dopo, è una cittadina autosufficiente e ha cresciuto nuove generazioni. Tuttavia si avverte negli occhi lucidi di Nadim che tutto al campo, le strade, le mura, le fabbriche, i negozi e i campi sono solo il velo dietro cui si nasconde una lacrima calda che bagna il cuore di Nadim ogni sera quando, prima di andare a dormire, getta lo sguardo sulla cornice con la chiave. E’ bizzarro. Di solito si perdono le chiavi, eppure c’è chi ha perso la porta ed è rimasto muto con una chiave in mano, alla ricerca di una vecchia serratura che non c’è più.
Mi hanno strappato le radici, hanno spezzato la mia casa, era la terra di mio padre, e prima di lui di mio nonno e prima ancora di suo padre… che vita è la mia? Vivo aspettando e sognando il ritorno, ma non c’è nessun luogo dove io possa tornare. Tuttavia il fatto di saperlo non mi aiuta, anzi mi deprime ancora di più. Noi siamo una generazione smarrita, una generazione di fantasmi. Per i nostri figli che sono nati qui è diverso, è per loro che ogni giorno al mattino lasciamo il nostro male sotto il cuscino, con il pigiama, è solo per loro che siamo rimasti e abbiamo costruito Jalason.
Abitava in un villaggio vicino Haifa allora, aveva solo 8 anni ma le immagini dei suoi ricordi sono ancora nitide come se tutto fosse accaduto ieri. I militari, l’ultimatum, sua madre in lacrime, suo padre che per consolarlo lo prendeva in giro per i suoi pianti e gli ripeteva che lo credeva più coraggioso, tanto frignare solo per una passeggiata a piedi un po’ più lunga del solito! Chiuse a chiave la casa suo padre prima di partire. Era preoccupato, temeva che i soldati facessero razzia di quanto non potevano mettere nelle poche valigie, per non parlare dei mobili e tutto il resto. Ben presto capirono che non avrebbero più fatto ritorno alla vecchia casa, di cui alla firma dell’armistizio non rimanevano che ammucchiate e sconfitte macerie. I primi tempi al campo si dormiva sotto gli alberi accanto a un falò. Poi arrivarono le tende e le Nazioni Unite.
Oggi Jalason, cinquantasei anni dopo, è una cittadina autosufficiente e ha cresciuto nuove generazioni. Tuttavia si avverte negli occhi lucidi di Nadim che tutto al campo, le strade, le mura, le fabbriche, i negozi e i campi sono solo il velo dietro cui si nasconde una lacrima calda che bagna il cuore di Nadim ogni sera quando, prima di andare a dormire, getta lo sguardo sulla cornice con la chiave. E’ bizzarro. Di solito si perdono le chiavi, eppure c’è chi ha perso la porta ed è rimasto muto con una chiave in mano, alla ricerca di una vecchia serratura che non c’è più.
Mi hanno strappato le radici, hanno spezzato la mia casa, era la terra di mio padre, e prima di lui di mio nonno e prima ancora di suo padre… che vita è la mia? Vivo aspettando e sognando il ritorno, ma non c’è nessun luogo dove io possa tornare. Tuttavia il fatto di saperlo non mi aiuta, anzi mi deprime ancora di più. Noi siamo una generazione smarrita, una generazione di fantasmi. Per i nostri figli che sono nati qui è diverso, è per loro che ogni giorno al mattino lasciamo il nostro male sotto il cuscino, con il pigiama, è solo per loro che siamo rimasti e abbiamo costruito Jalason.
Coloni
Il colonialismo è finito da secoli. Mi sento offeso quando ricevo questo appellativo. La gente non conosce i rischi che comporta una scelta come la nostra. Vede questo mitra? E’ sempre con me, è il mio amico più fedele, pensi che mi lavo a pezzi con la spugna per non bagnarlo, potrebbe danneggiarsi. Inoltre con questa storia del sesso sicuro non me lo tolgo più neanche a letto, mia moglie è pure diventata gelosa! Giro armato e mi prendo la responsabilità di sparare ogni volta che qualcuno è in pericolo. Dico, ma si rende conto della pressione psicologica che subisco ogni giorno?
I palestinesi devono capire che questa terra appartiene al nostro popolo per delle evidenti ragioni storiche. Devono anche capire però che noi non abbiamo niente contro di loro per il fatto che stanno occupando la nostra terra. Noi tolleriamo la loro presenza e siamo disposti a lasciare loro dei territori recintati, una sorta di riserve, dove possano vivere indisturbati, ci accolliamo le spese della recinzione, un solido muro che stiamo già costruendo, e siamo disposti anche a pagare i nostri militari per sorvegliare quelle zone e garantire così la loro incolumità.
Abbiamo fatto molto per loro, davvero. Pensi che abbiamo dato un colpo fatale alla mafia palestinese dell’edilizia abusiva, demolendo migliaia di case che erano state costruite senza alcun permesso del nostro governo e arrestando migliaia di pregiudicati.
La gente parla di ciò che non conosce e ci accusa ingiustamente. Prenda i check-point ad esempio. Dico, ma nessuno si è mai interrogato sulla valenza educativa, specie per i giovani palestinesi, di questi controlli? Voglio dire, al di là delle evidenti ragioni di sicurezza, potete vedere come di fronte ai nostri check-point tutti siano uguali. Non facciamo differenze: ricchi, poveri, malati, anziani, donne. Un vecchio malato di dissenteria può aspettare tre ore per passare, esattamente come se fosse un giovane dal fisico atletico. Un’ambulanza non ha nessun diritto di precedenza per il semplice fatto che trasporta dei medici, può stare in fila anche mezza giornata, né più né meno che il povero camionista che trasporta un carico di terra. E’ un momento di uguaglianza e fraternità. Inoltre dà uno stacco con la vita frenetica di tutti i giorni, la gente ha la possibilità di passare del tempo insieme senza impegni e pressioni, può parlare, può conoscersi meglio e magari farsi nuovi amici. Inoltre abbiamo sempre creduto che lo sport nobiliti l’uomo, per cui i nostri blocchi sono disposti in modo che ciascuno debba percorrere dai tre ai quattro chilometri al giorno. Di qui a un anno avremo la prima squadra palestinese del mezzo fondo allenata per i tremila siepi. E poi il blocco del traffico diminuisce i già allarmanti tassi di inquinamento, è la nostra politica, attenta all’ambiente e alla sua salvaguardia: dal lunedì alla domenica: giornate a piedi, dai un calcio allo smog!
I palestinesi devono capire che questa terra appartiene al nostro popolo per delle evidenti ragioni storiche. Devono anche capire però che noi non abbiamo niente contro di loro per il fatto che stanno occupando la nostra terra. Noi tolleriamo la loro presenza e siamo disposti a lasciare loro dei territori recintati, una sorta di riserve, dove possano vivere indisturbati, ci accolliamo le spese della recinzione, un solido muro che stiamo già costruendo, e siamo disposti anche a pagare i nostri militari per sorvegliare quelle zone e garantire così la loro incolumità.
Abbiamo fatto molto per loro, davvero. Pensi che abbiamo dato un colpo fatale alla mafia palestinese dell’edilizia abusiva, demolendo migliaia di case che erano state costruite senza alcun permesso del nostro governo e arrestando migliaia di pregiudicati.
La gente parla di ciò che non conosce e ci accusa ingiustamente. Prenda i check-point ad esempio. Dico, ma nessuno si è mai interrogato sulla valenza educativa, specie per i giovani palestinesi, di questi controlli? Voglio dire, al di là delle evidenti ragioni di sicurezza, potete vedere come di fronte ai nostri check-point tutti siano uguali. Non facciamo differenze: ricchi, poveri, malati, anziani, donne. Un vecchio malato di dissenteria può aspettare tre ore per passare, esattamente come se fosse un giovane dal fisico atletico. Un’ambulanza non ha nessun diritto di precedenza per il semplice fatto che trasporta dei medici, può stare in fila anche mezza giornata, né più né meno che il povero camionista che trasporta un carico di terra. E’ un momento di uguaglianza e fraternità. Inoltre dà uno stacco con la vita frenetica di tutti i giorni, la gente ha la possibilità di passare del tempo insieme senza impegni e pressioni, può parlare, può conoscersi meglio e magari farsi nuovi amici. Inoltre abbiamo sempre creduto che lo sport nobiliti l’uomo, per cui i nostri blocchi sono disposti in modo che ciascuno debba percorrere dai tre ai quattro chilometri al giorno. Di qui a un anno avremo la prima squadra palestinese del mezzo fondo allenata per i tremila siepi. E poi il blocco del traffico diminuisce i già allarmanti tassi di inquinamento, è la nostra politica, attenta all’ambiente e alla sua salvaguardia: dal lunedì alla domenica: giornate a piedi, dai un calcio allo smog!
Ramallah
Si dice che la città di Ramallah sia un po’ la Svizzera della Palestina, nel senso che ci si vive abbastanza bene e liberamente. Nel cuore di Ramallah sorge il quartier generale di Arafat, il leader dell’Autorità Nazionale Palestinese. Oggi la sua base è la sua prigione, Israele non gliene autorizza l’uscita. Non rimane granché della vecchia costruzione dopo che è stata circondata dai blindati israeliani, che non hanno certo risparmiato il fuoco. Vecchi muri, oggi brindelli con spettinate armature di ferro che si annodano su se stesse.
Il centro di Ramallah è frenetico, sebbene vada a letto molto presto la sera. La gente si riversa in strada fin dal mattino. Alla stazione dei taxi autisti che cantano la propria destinazione nell’andirivieni di macchine arancio. Per strada si mangia a ogni ora, acrobatici voli per riempire di falafel un panino, caffè nero d’oriente dappertutto, vecchie signore sedute a terra su un lenzuolo vendono uve mature, bianche e rosse, poco lontano bambini già grandi rischiano offerte speciali su cetrioli e sandwich, è già iniziata la stagione dei saldi…
Ragazze in mini e ragazze tra i veli, nostalgia del passato, desiderio del nuovo, Ramallah è tutto questo, è il villaggio divenuto grande troppo in fretta e la grande città, è la tradizione intransigente alle sue norme e la società aperta alle sue svariate differenze, è tutto questo ed altro ancora.
Salendo a Ziryab, una sorta di irish pub, si può guardare la città dall’alto, vedere correre formiche lungo la strada, avanti e indietro. Sorseggiando un tè alla menta e fumando un argila tutti insieme appassionatamente perdersi tra i versi di qualche poeta palestinese, molto noti e molto amati in questa terra di inguaribili sognatori.
Il centro di Ramallah è frenetico, sebbene vada a letto molto presto la sera. La gente si riversa in strada fin dal mattino. Alla stazione dei taxi autisti che cantano la propria destinazione nell’andirivieni di macchine arancio. Per strada si mangia a ogni ora, acrobatici voli per riempire di falafel un panino, caffè nero d’oriente dappertutto, vecchie signore sedute a terra su un lenzuolo vendono uve mature, bianche e rosse, poco lontano bambini già grandi rischiano offerte speciali su cetrioli e sandwich, è già iniziata la stagione dei saldi…
Ragazze in mini e ragazze tra i veli, nostalgia del passato, desiderio del nuovo, Ramallah è tutto questo, è il villaggio divenuto grande troppo in fretta e la grande città, è la tradizione intransigente alle sue norme e la società aperta alle sue svariate differenze, è tutto questo ed altro ancora.
Salendo a Ziryab, una sorta di irish pub, si può guardare la città dall’alto, vedere correre formiche lungo la strada, avanti e indietro. Sorseggiando un tè alla menta e fumando un argila tutti insieme appassionatamente perdersi tra i versi di qualche poeta palestinese, molto noti e molto amati in questa terra di inguaribili sognatori.
Vendesi storia
Historia magistra vitae, così si dice, così dovrebbe essere. E’ evidente che la scaltrezza non conosce limiti ed è spesso accompagnata dalla furbizia. E così il miglior modo per combattere la valenza educativa della storia è comprarne il dettato. Così il passato si prostituisce ai potenti di oggi affinché il domani proceda cieco e sicuro verso la fossa che va scavandosi da solo. E’ un dato di fatto ed è per nostra sfortuna assai frequente un po’ ovunque. La ragione è dei vincitori. Così accade in Israele, così accade per la storia di questa terra incrociata dalle rotte di tanti popoli e di tante culture dall’alba dei tempi.
Accade oggi che Israele cerchi nel passato di questa terra una giustificazione, possibilmente abbastanza gloriosa, che ne legittimi le pretese ideologiche. Così fa una cura ricostituente alla grandezza del tempo dei patriarchi e giù giù fino ai re e ai profeti per poi sorvolare su due millenni di scarni e insignificanti episodi storici di popoli arabi menzionati solo aver partecipato ai giochi delle crociate e per il loro (presunto) manifesto odio contro gli ebrei. Avviene qualche cosa di simile persino con la Shoà. Dall’alto della pacata memoria di una tragedia forse senza precedenti nella storia dell’imbecillità umana piovono viziati momenti ideologici. Yad wa-Shem è il nome del museo della memoria della Shoà a Gerusalemme. Decisamente completo e valido nel racconto di quanto accadde nella indifferenza mondiale e nel tacito consenso delle grandi potenze. Eppure accanto alla compassione per la maledetta strage di un popolo inerme sale alla gola la rabbia per uno sfortunato finale nell’esposizione fotografica del museo, che conclude il percorso storico con la fondazione di Israele nel 1948, presentandola come il ritorno salvifico alla propria terra dopo le persecuzioni, il ritorno a “casa” .
Non si può giocare sporco con la storia, almeno gli intellettuali dovrebbero frequentare più spesso la propria onestà.
Forse non è mai esistito il Sionismo? Forse non è iniziata mezzo secolo prima del 1948 l’immigrazione ebraica in Palestina? E la dichiarazione di Balfour del 1917? E i gruppi terroristi israeliani? E Irgun e Dair Yasin? E la guerra del 1948? E cinque milioni di rifugiati palestinesi? Dove li mettiamo i pesi che la storia si trascina dietro come palle al piede? Dove li mettiamo?
Accade oggi che Israele cerchi nel passato di questa terra una giustificazione, possibilmente abbastanza gloriosa, che ne legittimi le pretese ideologiche. Così fa una cura ricostituente alla grandezza del tempo dei patriarchi e giù giù fino ai re e ai profeti per poi sorvolare su due millenni di scarni e insignificanti episodi storici di popoli arabi menzionati solo aver partecipato ai giochi delle crociate e per il loro (presunto) manifesto odio contro gli ebrei. Avviene qualche cosa di simile persino con la Shoà. Dall’alto della pacata memoria di una tragedia forse senza precedenti nella storia dell’imbecillità umana piovono viziati momenti ideologici. Yad wa-Shem è il nome del museo della memoria della Shoà a Gerusalemme. Decisamente completo e valido nel racconto di quanto accadde nella indifferenza mondiale e nel tacito consenso delle grandi potenze. Eppure accanto alla compassione per la maledetta strage di un popolo inerme sale alla gola la rabbia per uno sfortunato finale nell’esposizione fotografica del museo, che conclude il percorso storico con la fondazione di Israele nel 1948, presentandola come il ritorno salvifico alla propria terra dopo le persecuzioni, il ritorno a “casa” .
Non si può giocare sporco con la storia, almeno gli intellettuali dovrebbero frequentare più spesso la propria onestà.
Forse non è mai esistito il Sionismo? Forse non è iniziata mezzo secolo prima del 1948 l’immigrazione ebraica in Palestina? E la dichiarazione di Balfour del 1917? E i gruppi terroristi israeliani? E Irgun e Dair Yasin? E la guerra del 1948? E cinque milioni di rifugiati palestinesi? Dove li mettiamo i pesi che la storia si trascina dietro come palle al piede? Dove li mettiamo?
Gerusalemme
Tra le mura della città vecchia si respira il profumo di polveri antiche e ci si perde tra vicoli stretti e gente ammucchiata sui banchetti. Aromi di spezie colorano l’aria, stoffe e tessuti appesi catturano sguardi. Confusi turisti, devoti sbadati, bambini giocare, militari in servizio, guide turistiche in cerca di comitive, vetrine colorate si affacciano su ogni stradina, shawarma cuocere a fuoco lento sul girarrosto, cassette di arance rosse dappertutto, cardamomo nei bicchieri di caffè.
La città riversa tutta la sua vita in strette viuzze affollate e caotiche. Accanto al mercato, superato il labirinto di saliscendi, vecchi scalini e basse arcate si entra furtivi nei luoghi delle tradizioni religiose che guardano a Gerusalemme da millenni. Armeni, greci, ortodossi, cattolici, protestanti, ebrei, musulmani vi hanno costruito monumenti alle proprie radici religiose. Subito dietro il Muro Occidentale dell’antico Tempio ebraico, si accede ad una scalinata coperta: maestosa si leva nel cielo la cupola d’oro della moschea Al-Aqsa. Bilancia perfettamente gli spazi della spianata delle moschee e trasmette un senso di pacato e buono equilibrio, sulle sue pareti blu ricami di fili bianchi, arabeschi. Si respira pace e silenzio nei giardini affollati della spianata ed è in qualche modo rassicurante quel tempo ciclico misurato sulle note della voce di un muezzin che chiama puntuale alla preghiera, ogni giorno, alle stesse ore, ogni giorno, appuntamenti con la tradizione.
Tre passi in via Dolorosa, difficile immaginare Cristo flagellato portare la croce verso il Calvario, ma comunque suggestivo trovarsi nei luoghi storici attraversati dalla sua persona, viene voglia di sedersi e chiudere gli occhi un momento, in ossequio a insegnamenti caduti nel vento. Gerusalemme di notte come di giorno possiede il fascino dell’antichità e l’alone del mistero. E’ la città di molti e a tutti appartiene, tra le sue mura si possono incontrare le più svariate culture ed usanze, differenti religioni si dividono gli spicchi della città come di un arancia e una volta tanto sono insieme, perché un luogo così ricco e prezioso non può e non deve cadere nella bassezza dell’intolleranza.
La città riversa tutta la sua vita in strette viuzze affollate e caotiche. Accanto al mercato, superato il labirinto di saliscendi, vecchi scalini e basse arcate si entra furtivi nei luoghi delle tradizioni religiose che guardano a Gerusalemme da millenni. Armeni, greci, ortodossi, cattolici, protestanti, ebrei, musulmani vi hanno costruito monumenti alle proprie radici religiose. Subito dietro il Muro Occidentale dell’antico Tempio ebraico, si accede ad una scalinata coperta: maestosa si leva nel cielo la cupola d’oro della moschea Al-Aqsa. Bilancia perfettamente gli spazi della spianata delle moschee e trasmette un senso di pacato e buono equilibrio, sulle sue pareti blu ricami di fili bianchi, arabeschi. Si respira pace e silenzio nei giardini affollati della spianata ed è in qualche modo rassicurante quel tempo ciclico misurato sulle note della voce di un muezzin che chiama puntuale alla preghiera, ogni giorno, alle stesse ore, ogni giorno, appuntamenti con la tradizione.
Tre passi in via Dolorosa, difficile immaginare Cristo flagellato portare la croce verso il Calvario, ma comunque suggestivo trovarsi nei luoghi storici attraversati dalla sua persona, viene voglia di sedersi e chiudere gli occhi un momento, in ossequio a insegnamenti caduti nel vento. Gerusalemme di notte come di giorno possiede il fascino dell’antichità e l’alone del mistero. E’ la città di molti e a tutti appartiene, tra le sue mura si possono incontrare le più svariate culture ed usanze, differenti religioni si dividono gli spicchi della città come di un arancia e una volta tanto sono insieme, perché un luogo così ricco e prezioso non può e non deve cadere nella bassezza dell’intolleranza.
Kotel ha-Ma'aravi
Si sa che tradurre è tradire e che noi italiani amanti del buon gusto amiamo dire la nostra anche traducendo parole di altri. Così Muro del Pianto è la storpiatura di incerta origine dell’ebraico Kotel ha-Ma’aravi che significa muro occidentale. Al di là di come lo si voglia chiamare si tratta dell’ultimo residuo del Primo Tempio. E’ il luogo più sacro della storia ebraica perché là sorgeva il Tempio dove era custodita l’Arca dell’Alleanza; nell’epoca del secondo tempio era vuoto perché l’Arca andò perduta. Nel periodo della dominazione bizantina, dopo la distruzione del Secondo Tempio (70 d.C.), fino al XIII secolo agli ebrei non era consentito recarvisi in preghiera se non una volta all’anno, in occasione dell’anniversario della sua distruzione, per piangere la sorte del loro luogo santo.
Oggi la spianata del muro è circondata su ogni lato da militari, mitra, e metal detector. Dopo accurata ispezione di borse e documenti si accede ad una piazza colorata di fitte bandiere biancocelesti di Israele. Tutto sembra confondersi qui: il sacro e il profano, la politica e la religione. Gruppi di militari orgogliosi battono il passo e fanno di un luogo di preghiere e silenzi un rumoroso e aggressivo simbolo nazionale.
Oggi la spianata del muro è circondata su ogni lato da militari, mitra, e metal detector. Dopo accurata ispezione di borse e documenti si accede ad una piazza colorata di fitte bandiere biancocelesti di Israele. Tutto sembra confondersi qui: il sacro e il profano, la politica e la religione. Gruppi di militari orgogliosi battono il passo e fanno di un luogo di preghiere e silenzi un rumoroso e aggressivo simbolo nazionale.
Sul muro ho pianto
Sul muro del pianto
sventolano bandiere
di azzurri fili spinati
sul muro del pianto
il sacro finisce sotto
gli stivali
di stupide uniformi
grugnire
cori di orgoglio.
Sul muro del pianto
negli interstizi lo sguardo
raccoglie la polvere di
antiche testate d’angolo
oggi pietre scartate.
La violenza ed il sacro
la rosa ed il rovo
pettirossi sotto i cingoli
di carri armati
riccioli bruni
strappati
dalle sporche mani di nere
lamentazioni.
Disillusi ordinati macigni
di pietra
muti
separare la vita dalla vita.
sventolano bandiere
di azzurri fili spinati
sul muro del pianto
il sacro finisce sotto
gli stivali
di stupide uniformi
grugnire
cori di orgoglio.
Sul muro del pianto
negli interstizi lo sguardo
raccoglie la polvere di
antiche testate d’angolo
oggi pietre scartate.
La violenza ed il sacro
la rosa ed il rovo
pettirossi sotto i cingoli
di carri armati
riccioli bruni
strappati
dalle sporche mani di nere
lamentazioni.
Disillusi ordinati macigni
di pietra
muti
separare la vita dalla vita.
Hebron
Hebron è una città dalla storia millenaria. Tra le sue mura sono custoditi i resti dei patriarchi delle tre religioni semitiche: Abramo, Sara, Isacco e Rebecca.
Un tempo fra le strette vie del centro della città vecchia si respiravano le sette spezie d’oriente e si passeggiava ammucchiati in vicoletti occupati da bancarelle, colori, vociare di donne e sorrisi di bimbi, in un ricco e movimentato mercato. Poi l’occupazione.
Migliaia di case abbandonate, fili spinati separano la città da se stessa e dai suoi spettri, risuona l’eco dei passi affrettati di militari in allerta. Grugniscono porci in mimetica, calpestano giovani fiori. Lungo marciapiedi deserti si legge il silenzio di quello che fu, muri sporchi di spari e vernice spray raccontano il giorno dell’evacuazione.
Ogni tanto un cigolio, si apre una finestra e con essa la ferita di chi è rimasto a spiare un presente che non gli può più appartenere. Cadono le foglie di tanto in tanto, ma il tronco…
I resti dei patriarchi sono custoditi in un’antica moschea, oggi tagliata in due da un muro di cemento armato, in una delle sue metà è stata ricavata una sinagoga per il neonato quartiere israeliano. Sui muri, lungo le venature di marmi antichi corrono le tracce dei proiettili sparati il 25 febbraio 1994 da Baruch Goldstein, un colono ebreo ultraortodosso che, per vendicare le vittime del terrorismo arabo, uccise a colpi di mitra 30 fedeli in preghiera. I fori sono stati stuccati, ma l’eco degli spari continua a rimbalzare nelle pareti dei cuori di molti a Hebron.
E’ quasi buio, l’autista del bus si agita, ha paura, mi grida contro e mi spinge giù. Mostro il passaporto. Niente bombe con me, si scusa ma mi aveva scambiato per un palestinese, mi perquisisce lo stesso, non si sa mai.
Un giro di curve e scendiamo nell’insediamento israeliano, una città nella città, una città armata, controllata, giorno e notte dalle bocche dei fucili. Giovani ragazzi e ragazze in divisa e occhiali da sole. Un nonno imbiancato impugna un M-16 in una mano, nell’altra il bastone, si guarda intorno apprensivo, una brava persona in fondo.
A un tratto un lamento si leva prezioso nell’aria dalla terra violata. E’ il canto di un popolo vinto e umiliato, è il pianto nelle voci dei muezzin della città vecchia, da diversi minareti si inseguono l’un l’altro cantandosi sopra. Lacrime irrigano la pietra e promettono fiori d’olivo per l’anno a venire.
Infastiditi i coloni si guardano intorno frettolosi, imbarazzanti silenzi, l’eco dei canti non vuole passare, quasi fossero quelle terre a cantare, quasi fosse il passato a cantare, quasi fosse la verità.
Più in alto, nel cielo rosso del tramonto, l’alito degli aranci del monte di Hebron solleva nell’aria nere code di aquiloni di bimbi che giocano a prendere in giro la vita.
Un tempo fra le strette vie del centro della città vecchia si respiravano le sette spezie d’oriente e si passeggiava ammucchiati in vicoletti occupati da bancarelle, colori, vociare di donne e sorrisi di bimbi, in un ricco e movimentato mercato. Poi l’occupazione.
Migliaia di case abbandonate, fili spinati separano la città da se stessa e dai suoi spettri, risuona l’eco dei passi affrettati di militari in allerta. Grugniscono porci in mimetica, calpestano giovani fiori. Lungo marciapiedi deserti si legge il silenzio di quello che fu, muri sporchi di spari e vernice spray raccontano il giorno dell’evacuazione.
Ogni tanto un cigolio, si apre una finestra e con essa la ferita di chi è rimasto a spiare un presente che non gli può più appartenere. Cadono le foglie di tanto in tanto, ma il tronco…
I resti dei patriarchi sono custoditi in un’antica moschea, oggi tagliata in due da un muro di cemento armato, in una delle sue metà è stata ricavata una sinagoga per il neonato quartiere israeliano. Sui muri, lungo le venature di marmi antichi corrono le tracce dei proiettili sparati il 25 febbraio 1994 da Baruch Goldstein, un colono ebreo ultraortodosso che, per vendicare le vittime del terrorismo arabo, uccise a colpi di mitra 30 fedeli in preghiera. I fori sono stati stuccati, ma l’eco degli spari continua a rimbalzare nelle pareti dei cuori di molti a Hebron.
E’ quasi buio, l’autista del bus si agita, ha paura, mi grida contro e mi spinge giù. Mostro il passaporto. Niente bombe con me, si scusa ma mi aveva scambiato per un palestinese, mi perquisisce lo stesso, non si sa mai.
Un giro di curve e scendiamo nell’insediamento israeliano, una città nella città, una città armata, controllata, giorno e notte dalle bocche dei fucili. Giovani ragazzi e ragazze in divisa e occhiali da sole. Un nonno imbiancato impugna un M-16 in una mano, nell’altra il bastone, si guarda intorno apprensivo, una brava persona in fondo.
A un tratto un lamento si leva prezioso nell’aria dalla terra violata. E’ il canto di un popolo vinto e umiliato, è il pianto nelle voci dei muezzin della città vecchia, da diversi minareti si inseguono l’un l’altro cantandosi sopra. Lacrime irrigano la pietra e promettono fiori d’olivo per l’anno a venire.
Infastiditi i coloni si guardano intorno frettolosi, imbarazzanti silenzi, l’eco dei canti non vuole passare, quasi fossero quelle terre a cantare, quasi fosse il passato a cantare, quasi fosse la verità.
Più in alto, nel cielo rosso del tramonto, l’alito degli aranci del monte di Hebron solleva nell’aria nere code di aquiloni di bimbi che giocano a prendere in giro la vita.
La mia vicina
La mia vicina
ha occhi neri di pino
seni di melagrana
e cosce bianche di
marmo
La mia vicina
mugola ogni notte
nel letto
strappa le lenzuola
sola
ha occhi neri di pino
seni di melagrana
e cosce bianche di
marmo
La mia vicina
mugola ogni notte
nel letto
strappa le lenzuola
sola
Prigioni
Le prigioni sono il guanto di ferro dell’ordine costituito. Colui che minacci con le sue azioni le regole che una società si è data e che la mantengono in vita viene sequestrato dallo spazio pubblico per renderlo innocuo. Quando l’ordine costituito si regge su un’ideologia le minacce più gravi non sono politiche, economiche o militari, bensì culturali. Il pensiero critico è il peggiore nemico di un regime totalitario e l’onestà intellettuale il peggiore dei crimini.
Non so quanti tra poeti e giornalisti palestinesi affollino strette celle grigie dietro fili spinati di odio, so soltanto che sono stati prosciugati pozzi di inchiostro e tritati fogli ingialliti dalla sapienza del tempo. A volte una pubblicazione può costituire un precedente letterario, altre un precedente penale…
Non so quanti tra poeti e giornalisti palestinesi affollino strette celle grigie dietro fili spinati di odio, so soltanto che sono stati prosciugati pozzi di inchiostro e tritati fogli ingialliti dalla sapienza del tempo. A volte una pubblicazione può costituire un precedente letterario, altre un precedente penale…
Ash-shafatu al-maqsusa
Il labbro reciso, Samih al Qasim
avrei voluto farvi ascoltare
la storia di un usignolo morto
avrei voluto farvi ascoltare
una storia…
se non mi avessero tagliato le labbra!
avrei voluto farvi ascoltare
la storia di un usignolo morto
avrei voluto farvi ascoltare
una storia…
se non mi avessero tagliato le labbra!
Sugli occhiali da sole
Avere un nemico è fondamentale, per i poteri forti sedicenti democratici è addirittura vitale. Esserne minacciati e aggrediti, sentirsi in continuo pericolo, specie quando si tratti di un nemico subdolo e invisibile, richiede alla propria società sacrificio e abnegazione per la difesa della patria, che deve sopravvivere alla sua persecuzione, alla persecuzione della sua identità e della sua storia.
La paura concede strappi alle regole e rinunce ai diritti, autorizza le maniere forti e le sostiene a gran voce.
L’invisibilità del nemico alimenta il sospetto, e il sospetto di tutto e di tutti ha l’effetto di isolare e omologare, di atomizzare la società. Ognuno è isolato dall’altro e i tutti dalla realtà. In un contesto simile anche solo criticare l’opera del proprio governo, che sta facendo di tutto per combattere il Nemico, significa essere sospettato di tradimento, essere immediatamente isolato e condannato, dagli amici e dai cari prima che dalle autorità. A maggior ragione quando alla sopravvivenza politica di uno stato è strettamente legata quella della coscienza e dell’identità collettiva dei singoli.
In tempi di crisi la politica assume i tratti dell’ideologia e agisce come corpo eletto alla difesa di una società monolitica contro il Nemico. In questo contesto di rischiosissime semplificazioni chi osa schierarsi contro e cantare fuori dal coro? Chi osa negare la propria identità e le proprie radici? Chi osa sfidare l’accusa di codardia e la condanna all’isolamento? Cellule di pensiero critico muoiono sul nascere, anche quando essere critici voglia dire essere un po’ più sinceri. Il sospetto è più forte, la paura è reale. Forse non è poi un caso se tutti i militari israeliani indossano ostinatamente neri occhiali da sole.
Sguardi tra la folla
incrociarsi furtivi
maliziosi riconoscersi e
nudi raccontarsi
sguardi di madri
abbraccio e focolare
dietro nere lenti a specchio
hai riempito di sabbia gli occhi
e hai soffocato la coscienza
dietro nere lenti a specchio
hai smarrito il tuo nome
La paura concede strappi alle regole e rinunce ai diritti, autorizza le maniere forti e le sostiene a gran voce.
L’invisibilità del nemico alimenta il sospetto, e il sospetto di tutto e di tutti ha l’effetto di isolare e omologare, di atomizzare la società. Ognuno è isolato dall’altro e i tutti dalla realtà. In un contesto simile anche solo criticare l’opera del proprio governo, che sta facendo di tutto per combattere il Nemico, significa essere sospettato di tradimento, essere immediatamente isolato e condannato, dagli amici e dai cari prima che dalle autorità. A maggior ragione quando alla sopravvivenza politica di uno stato è strettamente legata quella della coscienza e dell’identità collettiva dei singoli.
In tempi di crisi la politica assume i tratti dell’ideologia e agisce come corpo eletto alla difesa di una società monolitica contro il Nemico. In questo contesto di rischiosissime semplificazioni chi osa schierarsi contro e cantare fuori dal coro? Chi osa negare la propria identità e le proprie radici? Chi osa sfidare l’accusa di codardia e la condanna all’isolamento? Cellule di pensiero critico muoiono sul nascere, anche quando essere critici voglia dire essere un po’ più sinceri. Il sospetto è più forte, la paura è reale. Forse non è poi un caso se tutti i militari israeliani indossano ostinatamente neri occhiali da sole.
Sguardi tra la folla
incrociarsi furtivi
maliziosi riconoscersi e
nudi raccontarsi
sguardi di madri
abbraccio e focolare
dietro nere lenti a specchio
hai riempito di sabbia gli occhi
e hai soffocato la coscienza
dietro nere lenti a specchio
hai smarrito il tuo nome
Aeroporto Ben Gurion
C’è chi parte e c’è chi torna. Ci sono popoli accoglienti ed altri un po’ meno. Lo stato di Israele si affeziona particolarmente ai suoi visitatori, al punto da fare fatica a lasciarli tornare a casa. Il personale dei servizi di sicurezza dell’aeroporto Ben Gurion a Tel Aviv poi è tra i più calorosi.
Il fortunato turista può essere trattenuto anche per due ore e più in saluti e raccomandazioni per il viaggio, a volte si rischia persino di perdere il volo! Ma per loro è un dovere dare una bella immagine del proprio popolo, rifiutare sarebbe troppo offensivo, serve rispetto tra le culture. E che lezione di equanimità: lo stesso zelo verso uomini e donne, verso bianchi e neri, se nulla c’è ancor di più verso gli arabi, al di là dunque di ogni pregiudizio razzista. Per non parlare poi dei souvenir. Questi simpatici funzionari spesso chiedono ai nuovi amici appena conosciuti ai check-in di lasciar loro dei piccoli ricordi del loro incontro fugace, non so, un diario, la pellicola di un film che uno ha girato durante la vacanza, o al limite anche solo le foto, oppure del materiale informativo sulla Palestina, una questione che li interessa molto, d’altronde la cultura è cultura.
Ah, dimenticavo l’amore per la moda! Il loro gusto per il ben vestire è secondo solo a quello degli italiani, ma di cert non ha eguali il loro modo di apprezzare i capi all’ultimo grido. Paese che vai usanze che trovi. A seconda dell’abbigliamento è probabile che un funzionario, facendo l’occhiolino, preghi il malcapitato turista di seguirlo in una piccola stanza, dove con altri intenditori e stilisti chiedono allo stesso di togliersi i vestiti uno alla volta per poterne meglio apprezzare il taglio e le stoffe. Il poveretto, tolto anche l’intimo, potrebbe essere molto imbarazzato, nudo di fronte a sconosciuti, e invece costoro, educati come sono, cercano di metterlo a suo agio facendo due chiacchiere su come è andato il viaggio, dove è stato, chi ha conosciuto, se è andato nel tal posto, se nel tal altro, perché, per come. Insomma quanto basta per rompere il ghiaccio.
Se poi il turista è particolarmente fortunato può capitare che avendo l’agente notato qualche difetto nella sua valigia, si prenda la responsabilità personale di aggiustarla e rispedirla direttamente a casa dell’interessato in perfetto stato, il tutto a proprie spese! Gli oggetti personali potranno essere imbarcati in degli appositi e funzionali scatoloni componibili regalati senza alcun supplemento al biglietto direttamente dall’aeroporto Ben Gurion. La generosità in questo paese non conosce limiti.
Infine, per tutelare la salute dei passeggeri, del personale tecnico ospedaliero aprirà le loro valigie per l’ennesima volta analizzando con un marchingegno di altissima tecnologia ogni oggetto al loro interno e la valigia stessa, assicurandosi così che non corrano rischi di contagio per la presenza di eventuali sostanze chimiche e batteriologiche dannose all’organismo umano.
Probabilmente se ci fossero questi controlli in ogni aeroporto del mondo tutti viaggeremmo decisamente più sereni.
Il fortunato turista può essere trattenuto anche per due ore e più in saluti e raccomandazioni per il viaggio, a volte si rischia persino di perdere il volo! Ma per loro è un dovere dare una bella immagine del proprio popolo, rifiutare sarebbe troppo offensivo, serve rispetto tra le culture. E che lezione di equanimità: lo stesso zelo verso uomini e donne, verso bianchi e neri, se nulla c’è ancor di più verso gli arabi, al di là dunque di ogni pregiudizio razzista. Per non parlare poi dei souvenir. Questi simpatici funzionari spesso chiedono ai nuovi amici appena conosciuti ai check-in di lasciar loro dei piccoli ricordi del loro incontro fugace, non so, un diario, la pellicola di un film che uno ha girato durante la vacanza, o al limite anche solo le foto, oppure del materiale informativo sulla Palestina, una questione che li interessa molto, d’altronde la cultura è cultura.
Ah, dimenticavo l’amore per la moda! Il loro gusto per il ben vestire è secondo solo a quello degli italiani, ma di cert non ha eguali il loro modo di apprezzare i capi all’ultimo grido. Paese che vai usanze che trovi. A seconda dell’abbigliamento è probabile che un funzionario, facendo l’occhiolino, preghi il malcapitato turista di seguirlo in una piccola stanza, dove con altri intenditori e stilisti chiedono allo stesso di togliersi i vestiti uno alla volta per poterne meglio apprezzare il taglio e le stoffe. Il poveretto, tolto anche l’intimo, potrebbe essere molto imbarazzato, nudo di fronte a sconosciuti, e invece costoro, educati come sono, cercano di metterlo a suo agio facendo due chiacchiere su come è andato il viaggio, dove è stato, chi ha conosciuto, se è andato nel tal posto, se nel tal altro, perché, per come. Insomma quanto basta per rompere il ghiaccio.
Se poi il turista è particolarmente fortunato può capitare che avendo l’agente notato qualche difetto nella sua valigia, si prenda la responsabilità personale di aggiustarla e rispedirla direttamente a casa dell’interessato in perfetto stato, il tutto a proprie spese! Gli oggetti personali potranno essere imbarcati in degli appositi e funzionali scatoloni componibili regalati senza alcun supplemento al biglietto direttamente dall’aeroporto Ben Gurion. La generosità in questo paese non conosce limiti.
Infine, per tutelare la salute dei passeggeri, del personale tecnico ospedaliero aprirà le loro valigie per l’ennesima volta analizzando con un marchingegno di altissima tecnologia ogni oggetto al loro interno e la valigia stessa, assicurandosi così che non corrano rischi di contagio per la presenza di eventuali sostanze chimiche e batteriologiche dannose all’organismo umano.
Probabilmente se ci fossero questi controlli in ogni aeroporto del mondo tutti viaggeremmo decisamente più sereni.
Hannah Arendt
Hannah Arendt è una delle voci più autorevoli del pensiero filosofico politico del ventesimo secolo. Ebrea tedesca, rifugiata negli U.S.A. negli anni del nazismo, ebbe il merito di analizzare con estrema lucidità e onestà i due sistemi totalitari del nazismo e dello stalinismo. Nel 1961, inviata del settimanale New Yorker a Gerusalemme, scrisse una serie di articoli sul processo al capo delle S.S. Eichmann, da cui trasse spunto per scrivere un libro che rimane un capolavoro: La banalità del male.
Un lavoro che mostra con sconcerto e preoccupazione come il male, quello peggiore, quello più basso e imbecille, non si serva di demoni, di persone particolarmente cattive o di popoli trogloditi, ma della banale e scontata partecipazione di persone comuni, di brava gente insomma, colpevoli solo di non aver saputo leggere la realtà, di non aver saputo operare una scelta, di essere stati freddi ingranaggi anziché sapienti cervelli. Questa scoperta è allarmante ai miei occhi.
Non nutro odio contro gli ebrei. Trovo che i cittadini di Israele siano persone meravigliose, gente che sa sognare, che sa innamorarsi e che darebbe la vita per un figlio. La loro normalità mi preoccupa ancora di più. E’ allarmante la misura dello scempio che lo stato di Israele sta compiendo in Palestina, e la banalità con cui tutto ciò guadagna il pieno sostegno dei suoi cittadini. Se la vera libertà dell’uomo è la possibilità di scegliere, la possibilità di dire no, questo è un paese di schiavi.
Un lavoro che mostra con sconcerto e preoccupazione come il male, quello peggiore, quello più basso e imbecille, non si serva di demoni, di persone particolarmente cattive o di popoli trogloditi, ma della banale e scontata partecipazione di persone comuni, di brava gente insomma, colpevoli solo di non aver saputo leggere la realtà, di non aver saputo operare una scelta, di essere stati freddi ingranaggi anziché sapienti cervelli. Questa scoperta è allarmante ai miei occhi.
Non nutro odio contro gli ebrei. Trovo che i cittadini di Israele siano persone meravigliose, gente che sa sognare, che sa innamorarsi e che darebbe la vita per un figlio. La loro normalità mi preoccupa ancora di più. E’ allarmante la misura dello scempio che lo stato di Israele sta compiendo in Palestina, e la banalità con cui tutto ciò guadagna il pieno sostegno dei suoi cittadini. Se la vera libertà dell’uomo è la possibilità di scegliere, la possibilità di dire no, questo è un paese di schiavi.
Biglietti di viaggio
dal mio diario
Gerusalemme, 14 agosto 2004
“Il viaggio è concluso e dovrebbe chiudersi qui il quaderno delle mie impressioni. Ma il viaggio non finisce mai, perché non esiste ritorno ma solo nuove partenze, perché non si tracciano confini netti nella spirale aperta della vita, ma solo contiguità, accostamenti, ricordi, speranze e tante emozioni.
Così ho deciso di provare a lavorare su queste sbrindellate righe d’oriente cercando di spremerne un senso e un sapore, proprio sul modello dei miei quaderni, dove non si narrano storie e azioni, ma solo si descrive il passare del tempo e il suo arrestarsi. E’ il tentativo di pescare nel mucchio dei biglietti che ho scritto nel viaggio e di appenderli a un filo. Poesie, racconti brevissimi, aneddoti, descrizioni, citazioni, interviste, cronache, caricature e comunque ricordi, tanti.
P.S. Si intuiscano le emozioni, i sentimenti, i vissuti, a costo di smontare la grammatica ed evitare l’azione, scorrano simboli, immagini, suoni e tutto quanto possa starvi nel mezzo.”
Gerusalemme, 14 agosto 2004
“Il viaggio è concluso e dovrebbe chiudersi qui il quaderno delle mie impressioni. Ma il viaggio non finisce mai, perché non esiste ritorno ma solo nuove partenze, perché non si tracciano confini netti nella spirale aperta della vita, ma solo contiguità, accostamenti, ricordi, speranze e tante emozioni.
Così ho deciso di provare a lavorare su queste sbrindellate righe d’oriente cercando di spremerne un senso e un sapore, proprio sul modello dei miei quaderni, dove non si narrano storie e azioni, ma solo si descrive il passare del tempo e il suo arrestarsi. E’ il tentativo di pescare nel mucchio dei biglietti che ho scritto nel viaggio e di appenderli a un filo. Poesie, racconti brevissimi, aneddoti, descrizioni, citazioni, interviste, cronache, caricature e comunque ricordi, tanti.
P.S. Si intuiscano le emozioni, i sentimenti, i vissuti, a costo di smontare la grammatica ed evitare l’azione, scorrano simboli, immagini, suoni e tutto quanto possa starvi nel mezzo.”
Tadhakiru as-safar
Quel giorno tra i tanti
in cui sarò ucciso
mi troverà in tasca
il mio assassino
biglietti da viaggio
uno verso la pace
uno verso i campi e la pioggia
uno
verso la coscienza della gente
(ti prego mio caro assassino
non dimenticare quei biglietti
e parti...)
(Samih Al Qasim)
in cui sarò ucciso
mi troverà in tasca
il mio assassino
biglietti da viaggio
uno verso la pace
uno verso i campi e la pioggia
uno
verso la coscienza della gente
(ti prego mio caro assassino
non dimenticare quei biglietti
e parti...)
(Samih Al Qasim)
